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  cister [ On peut voir celui qui regarde, mais on ne peut pas entendre celui qui écoute. Marcel Duchamp ]
         


27 novembre 2007

Prova a umiliare la vanità di una donna, "è per il suo bene". Tu come lo chiami uno così? Tonto?

 

Nel 1881 il Generale Charles Gordon si trova di nuovo sulle rive del Nilo. Già una volta ha strappato il fiume agli indigeni fin quasi al lago Vittoria e ha impedito loro di praticare la tratta degli schiavi, facendoli infuriare; ora, il compito dell’eroe britannico è quello di sconfiggere il terribile esercito del Mahdi. La fanteria si sposta sotto il sole con difficoltà, il caldo opprime e la sabbia è fine e rovente; la stampa al seguito non ha diritto ad un trattamento di favore. A nord di Khartoum un giornalista del Central Southern Syndicate, tal Torpenhow, fa conoscenza con un tipo intento nel completare una tavola raffigurante un gruppo di cadaveri lacerati dalle granate sulla sabbia. Il soggetto è tragico, ma il disegno è di grande impatto.

Che ci fai qui, gli chiede, e come vivi?

Mi chiamo Dick Heldar, sono in Sudan per conto mio e in tasca ho appena ciò che basta per vivere; ecco, questi qui sono i miei disegni.

L’agenzia di Torpenhow cerca giusto questo tipo di roba d’urto, a beneficio di un pubblico di bocca buona; la proposta è una prova per tre mesi con rimborso spese, non è molto ma si fa per cominciare. Allora Dick prende a seguire Torpenhow ovunque, insieme coi reparti delle salmerie o in groppa ai cammelli o impantanati nel Nilo quando la baleniera urta uno scoglio e la carena si squarcia. E si combatte, se necessario: un giorno si trovano coi militari mentre un’orda d’uomini seminudi e furibondi armati di lance e sciabole li attaccano; il povero Dick si prende un colpo in testa che gli spacca l’elmetto ma fa in tempo a metter mano alla pistola, abbattendo l’aggressore. Nella mischia centra un altro arabo che sta per infilzare Torpenhow. Sono salvi, ma è stata una strage; il giornalista prepara subito il pezzo e veglia Dick che sta male, delira e chiama forte una Maisie che chissà dove si trova.

La campagna del Sudan è sospesa fin quando le truppe non rioccuperanno la zona; Dick Hebdige si è rimesso, riscuote l’assegno e saluta al Cairo il buon Torpenhow prima di recarsi a Port Said, nei pressi di Suez, il luogo in cui circola la più varia – e soprattutto la peggiore – umanità esistente. Si sforza di ritrarre tutto ciò che la Provvidenza gli mette sott’occhio ma vivendo così la rendita che gli permette di vivere finirà alla svelta. Giunge dall’Inghilterra un telegramma, è di Torpenhow: ritorna subito, grande successo!

Vuoi vedere che le tavole sono piaciute? Allora, dev’essere giunta l’ora di tornare.

Il rientro a Londra, però, si rivela amaro: i soldi son pochi e bastano appena per pagare delle salsicce di cavallo e purè di patate, le 120 sterline mensili si potranno ritirare solo tra dieci giorni. Ci sarebbe però quel credito con l’Agenzia, non si tratta di milioni ma a qualcosa serviranno; Dick cerca l’indirizzo di Torpenhow e poco impiega a bussare alla sua porta, quello lo accoglie come un fratello e mentre gli offre uova e prosciutto gli racconta che i suoi lavori hanno avuto successo: lo cercano una mezza dozzina di giornali e come illustratore di libri. Trovano che lui abbia un tocco nuovo ed originale, e siccome sono principalmente inesperti parlano persino di profondità!

Già affetto dalla spocchia dell’artista alla moda, Dick brontola: ma di quale fortuna parli? Non ho neanche un posto in cui lavorare. Beh, gli fa quello, puoi restare qui, queste camere con vista sul Thames non sono così malvage e si può fare il comodo proprio, anche gli altri pensionanti non sono novizie né seminaristi.

Solo chi ha subito anni di privazioni conosce quanto l’allegria, la baldoria e semmai anche il denaro facile possano far felice un uomo; mentre una donna e i colori infernali del deserto, dove il giallo è più splendente e il rosso brucia come la febbre, possono accendere una malinconia. Del pubblico non c’è da curarsi, in fondo una volta intercettato il gusto del momento che bisogno c’è dell’umiltà? Che ci può fare l’artista se la gente pensa con gli stivali e legge coi gomiti? Torpenhow però non è d’accordo e lo avvisa: non svilirti per piacere al pubblico. Non che da un certo punto di vista non lo meriti, ma ci si rovina la mano. A un certo punto la gloria potrebbe sciogliersi e questa boria non conoscerà perdono.

Resosi conto di aver peccato di superbia, l’artista scende al ponte di Westminster a far quattro passi e mentre è assorto nei casi suoi scorge in mezzo alla nebbia, proprio davanti a sé, il viso di Maisie. Erano anni che non si incontravano, gli anni in cui erano entrambi orfanelli affidati ad una donna bigotta, grifagna e dittatoriale giù a Fort Keeling. Erano due ragazzini timidi e riservati, un po’ scontrosi e indisponenti ma che avevano passato dei bei momenti insieme sino a quando il tutore di lei non aveva deciso di farla studiare in Francia; e oggi si scoprono tutt’e due alle prese con i pennelli: ma lui ha sfondato, lei ancora no. Si rivedono il giorno dopo al parco e Dick è ansioso di mostrar le piume come farebbe ogni pavone, passano davanti alla vetrina di una galleria in Oxford Street dove i suoi lavori sono esposti e lei crepa d’invidia, mentre ascolta i commenti degli astanti. Vedi, le spiega, quelli non sanno il motivo per il quale le mie opere suscitano in loro tanta impressione: io invece sì. E so anche che il mio lavoro vale.

Camminano e lui parla, descrive, scava nel suo saper fare e nel come c’è arrivato mentre lei anziché spingerlo giù nel Thames come avrebbe ben diritto di fare, lei che tanto si è impegnata senza mai ottenere i riscontri e le lodi agognate, opta per il basso profilo e lo invita a casa sua per vedere e commentare i propri lavori. Mediocri, questo è vero, ma Maisie ne è orgogliosa e gli confessa: ora che ti ho rivisto non voglio che tu sparisca dalla mia vita; mi hai sempre compresa e ho bisogno di te per il mio lavoro, devi aiutarmi.

Da quel giorno Dick attende ogni domenica per recarsi nella di lei casa a spandere consigli sulle matite da usare e come scegliere i colori e non bisogna saltare i pasti e non lo sai che una vita regolare fa lavorare meglio? e un’altra lunga serie di fesserie travestite da quei consigli che Dick vorrebbe sinceramente darle; ma non c’è niente di più facile che fare una cosa quando se ne è capaci; il guaio è rivelare il proprio metodo. Tutto ciò accade mentre lui è più invaghito che mai e la coinquilina di Maisie, anch’ella pittrice e portatrice sana del più tipico vizio femminile, cioè l’invidia, si lascia scappare le seguenti parole: “Se ci fosse un uomo che mi guardasse come lui ti guarda, non so quello che farei”. Che povera sciagurata.

Anche Torpenhow, da amico attento e sensibile, ha inteso l’arcano: qui c’è una femmina per i mezzi e chi può essere se non quella Maisie invocata nella notte del delirio sul Nilo? Capirà presto un’altra cosa: che lei non ne vuol sapere. Non che Maisie lo nasconda, intendiamoci, ma esercita l’arte maligna del chiuderti la porta in faccia guardandosi bene dal girar la chiave. E anche di questo la sua onesta coinquilina la rimprovera: “Ti ha baciata? Come hai permesso una cosa simile, se non è nulla per te? Come hai osato ricevere un bacio da lui?”

Sciagurata due volte: non sa, o finge di non sapere, che senza intrigo busseranno alla sua porta solo pretendenti noiosi e pantofolai, in cerca di una stiracamicie.

Dice il saggio: anche la donna più sciocca può manovrare un uomo intelligente; una donna molto intelligente è necessaria solo per manovrare un pazzo. Ma Dick pazzo non è: lo puoi dire saccente, irascibile, rompicoglioni, capo-claque di sé stesso appena può, avventuriero solitario e romantico che in vita sua s’è innamorato una volta sola e mal gliene colga, ora ch’è arrivata la sfida. Perché lei ha letto La città della tremenda notte ora vuole ritrarne la Malinconia e prova tu a farne una migliore, tu che hai una parola per tutto e però sai dipingere solo soldati, sangue e violenza. O non è così? E lui, tonto: proprio perché t’amo sento di non poter fare a meno di umiliare la tua superba vanità, e sono convinto di poterti domare.

La teoria poteva anche funzionare, mio caro, se solo tu non avessi mai implorato un bacio, come quella volta sul pontile poco prima che lei partisse per la Francia con ben un mese (ripeto: un mese) di anticipo e manco avevi preparato che so qualcuno che suonasse Granados dietro un cespuglio, e tu con la scusa del saluto ti ci eri incollato perché si era parlato di un unico bacio senza specificare quanto lungo e lei, perfida, aveva atteso un bel pezzo prima di staccarsi le tue labbra di dosso. Insomma, stanti così le cose, che cerchi?

In studio le idee tardano ad arrivare. In compenso c’è la modella: una bagassa, graziosa e dai begli occhi, tirata su dalla strada mentre sbandava per il freddo e gli stenti da san Torpenhow e ora per tre sterline alla settimana posa al pomeriggio e per Torpenhow rammenda i calzini, riattacca i bottoni e se solo lui la degnasse di attenzione, Bessie – così si chiama – lo implorerebbe di far di sé la sua schiava, di baciarla e accarezzarla e palparla e stringerla e montarla con il massimo del piacere. Dick invece lo detesta, è attraente ma la guarda con disprezzo e la indispettisce e quelle sue parole cattive gliele farà pagare. Quale donna, d’altro canto, accetterebbe di farsi umiliare dall’uomo di cui non è innamorata?

Una mattina gli occhi di Dick avvertono come un velo di garza, lui si stropiccia ma la nebbia non va via. Cosa sarà?

L’oculista è categorico: lesione del nervo ottico. Quel colpo malefico, che sembrò spezzargli il cervello e che lo fece piombare nel buio ha causato un danno che gli farà perdere la vista. Entro breve sarà cieco. È una disgrazia senza pari e non c’è neanche l’unico, caro amico dal quale cercare un sollievo poiché è via nel sud del paese; non c’è tempo da perdere, l’opera va finita come lui l’ha in testa e dannata sia quella nebbia che non gli permette di fissare bene gli occhi di Bessie proprio adesso che era riuscito a farla incazzare un’altra volta. Un male necessario perché quel lampo maligno che le sfolgora negli occhi è ciò di cui ha bisogno, non fosse per quello con la stessa cifra avrebbe trovato modelle meno petulanti e poi quale interesse avrebbe a farla infuriare così?

Quando Torpenhow rientra a casa dopo sei settimane d’assenza ritrova un uomo rattrappito, spaurito, con la barba lunga, le spalle incurvate e gli occhi stanchi: l’alcool ha compiuto la sua opera in fretta come Dick la propria. Per chi conosce la dignità nulla è più frustrante di far partecipe qualcuno del proprio avvilimento, neanche il peggior rimprovero. Ma per il whisky non c’è da preoccuparsi, è necessario ancora per tre giorni soli, il tempo di finire la Malinconia e che schiarisca la vista ancora per un pò. Fine: testa di donna che ride, dalle labbra turgide, dagli occhi infossati, che ha sofferto tutto il dolore del mondo e il cui riso sta per scoppiare dalla tela proprio come Dick l’aveva immaginato. Torpenhow rimane di stucco: l’idea e la tecnica sono originali e quale insolenza, quale perfidia in quel volto! Ella ha giocato fino all’ultima carta nel gioco della vita; non pare che abbia vinto, ma ora ne ride. Torpenhow accompagna l’artista sfinito a riposare e pare infischiarsi di Bessie che è lì ad aspettare un cenno, una parola: e che disprezza il quadro, e forse l’arte tutta.

Quanti danni può combinare una donna inviperita da uno sguardo negato a cui la sciocca crede d’aver diritto è cosa da non credere, si può solo provare. Danni irreparabili. Per l’istinto femminile di fargli soffrire un po’ di dolore lei ha perso la possibilità di fare finalmente la figura di una signora: un errore che non si può perdonare a meno di un atto di amore spropositato, inequivocabile, che ancora – e siamo già a pagina 214 – non si è visto.

La luce che si spense di Rudyard Kipling, Ed. Mursia, 1966


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23 agosto 2006

Silvio organizza un tavolone a Porto Cervo, manca solo il Professor Trecca

Il Corriere online pubblica oggi questo articolo, una cagata sublime di quelle che accendono il sorriso per la soddisfazione.


PORTO CERVO — «Ho bisogno di una boccata d'aria». Via, su per una stretta scalinata coronata di candele. Sono passate le tre del mattino quando Silvio Berlusconi si affaccia dalla terrazza del «Pepero Club» di Porto Cervo e contempla la folla che balla in discoteca: «Commovente — sussurra col respiro affannato — il calore di questi ragazzi comunica un'energia straordinaria».

Calore anche fisico. L'hanno avvolto, salutato, circondato, osannato quando la vocalist del «Pepero» ha annunciato al microfono: «Abbiamo con noi... il super presidente». Ovazione. Sorriso luccicante di compiaciuta risposta. Scambio di battute con uno dei proprietari: «Se il clima è questo, chi ha votato per la sinistra?». Il Cavaliere è tonico e raggiante negli sgoccioli della sua vacanza in Costa Smeralda. Un esponente di Forza Italia la riassume così: «È il riposo del guerriero».

Pieno relax. Pochissima politica. «Stasera si esce tutti a cena». Poco dopo le 23 di domenica Berlusconi fa il suo ingresso al «Pepero» accompagnato da cuoco, fisioterapista, compagno di canto Mariano Apicella, lo staff di Villa Certosa. Tutti allo stesso tavolo. Intorno sono seduti Marta Marzotto, Valeria Marini, l'avvocato Carlo Taormina con signora, Mafalda e Ferdinando Braghetti Peretti. Alberico Penati, chef dell'Harry's bar di Londra, si avvicina e chiede: «Cosa posso cucinarle?». Mentre escono piatti di risotto allo champagne con medaglioni d'aragosta, Berlusconi sceglie un profilo understatement: «Faccia una cosa semplice, non si disturbi troppo». Opterà per pennette con sugo mediterraneo di capperi, olive e pomodorini e filetto di tonno scottato. Nell'attesa qualcuno domanda: come vede il governo? E il partito? Risposta: «Non riesco a leggere granché i giornali, sono un po' nauseato da questa politica».

Nella notte di Porto Cervo sperimenta allora la sua potenza di comunicatore e intrattenitore. «Un incantatore di serpenti» sorride qualcuno. E se per l'intera serata aveva salutato, stretto mani, distribuito pacche sulle spalle, la cattura della folla è definitiva quando scatta il duetto con Apicella. Dal 1989 al «Pepero Club» di Jean Paul Troili, Gianni Principessa e Pierpaolo Paoluzzi si sono esibiti Fiorello, Zucchero, BryanAdams, Franco Califano. La coppiaBerlusconi- Apicella regala, in anteprima pubblica, una rumba inserita nel cd che uscirà il 29 settembre. Scrosci di applausi. L'una, le due, le tre di notte. Giù in discoteca. Calici di champagne. Lo sguardo del Cavaliere cade su una fotografia: «Chi è quella ragazza?». Maria Laura Principessa, figlia di uno dei proprietari, 17 anni, campionessa italiana juniores di cross a cavallo. «Continua così — le dice l'ex premier —, farai onore allo sport italiano». Altra ragazza, una cassiera: in quinta elementare ha scritto una tesina su Berlusconi, è paralizzata dall'emozione. Lui concede il suo numero di telefono: «Se hai bisogno chiama, mi ricorderò di te». Lei si rifugia in ufficio e piange.

Lacrime anche a Napoli. Di nostalgia. Cento ragazze under 30 hanno costituito un comitato («Silvio ci manchi») per convincere Berlusconi a tornare nel capoluogo campano. E per rendere espliciti gli effetti della mancanza le giovani sostenitrici paragonano il presidente di Forza Italia addirittura a Brad Pitt. Perdere il privilegio delle sue visite a Napoli, dicono, «è come sposare l'attore più sexy del mondo e trovarsi nel talamo nuziale Clemente Mastella».




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23 luglio 2006

attento a mangiar le Ricola

Esco di casa con Marco, tiro fuori le chiavi per chiudere e in tasca ho un pacchetto di caramelle, gliene offro una. Mi fa:"Oh, ma lo sai che ho letto tipo sul Corriere o Repubblica, non mi ricordo, di uno che aveva cominciato a mangiare tre-quattro pacchi di caramelle alle erbe balsamiche e lo sai che gli è successo?

Col tempo gli si sono affilati i denti, ma talmente tanto che sono diventati aguzzi e si tagliava sempre la lingua e le guance, poi non è riuscito a smettere di mangiare proprio quelle caramelle lì, ne mangiava un casino e alla fine è morto! I medici non riescono a spiegare scientificamente il perché, ma le caramelle gli hanno rovinato tipo tutti gli organi e il tipo era messo di merda. La moglie ha fatto causa all'azienda produttrice, mi sa che era la Ricola, ed è riuscita a vincere la causa tipo per un milione di euro!!"

Cari lettori, voi ne sapete niente di questa storia?

Già che son scettico non ci credo finché non vedo, e mi magno una Ricola al Ribes nero e alle erbe aromatiche però ieri mi son controllato i denti allo specchio, sai com'è.




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5 giugno 2006

Duri a Marsiglia

Si era in estate. Alla plage du Prado, Marsiglia 1932, mentre una bellissima Jaqueline scandisce i versi di Banville, lui le sfiora l’orecchio con la punta delle labbra. Alla sera dopo, stessa scena ma lui si fa audace e la bacia sulle labbra nel bel mezzo di un Rimbaud. Lei ci sta. Una mattina, Jaqueline si presenta con un quaderno: scrivi una bella cosa per me, Charlot!

Guardate con cosa se ne esce questo scomunicato:

“Bisogna comportarsi in modo immorale, se ci si vuole comportare da individuo; in altri termini, bisogna abiurare la propria fede e perfino violare il proprio giuramento per determinarsi da sè stesso, anzichè venir determinato da considerazioni di ordine morale”.

Sono parole di Max Stirner. Paura. Ma questa è anarchia! Anarchico per me è sinonimo d’assassinio. Addio.

Converrai con me che non è bene avere certe idee e trovarsi in amore con la figlia di un Presidente di Corte d’Appello, potrebbero venir fuori dei rimorsi. E poi, pur sentendosi infelice per qualche tempo, Charles Fiori ha dell’altro cui pensare. Al nuovo lavoro, innanzitutto: fare il buttafuori armato di una bisca clandestina controllata dalla Famiglia, quella di don Salvatore Lucidi. E’ un incarico di fiducia, mica come prima quando passava la notte nella saletta di un bar a guardare fuori dal vetro. Dalle 22 fino alle cinque del mattino, poi se era tutto a posto si ritirava il guadagno, si divideva in parti uguali (o quasi, il 40 per cento alle professioniste e il resto per la Famiglia), si bussava alla porta giusta, si lasciava il dovuto e si poteva andare a dormire alla deliziosa Residencia Miramar, Rue Port Said 27, dalla cui finestra si vede il muraglione che corre attorno a Fort St. Nicholas, nido dei legionari fondati da Luigi Filippo nel 1831.

Considerandolo in termini di inquadramento, il mestiere di bambù si trova al di sopra di quello del magnaccia e rende benissimo, ma non si trova con gli annunci sul giornale, ci si arriva per meriti o per cooptazione. Consiste nel vigilare un marciapiede sul quale si trovano tre prostitute, una specie di soldato insomma. Bada alle femmine ma nemmeno le conosce, le vede solo al mattino quando ritira gli incassi e porta il dovuto alla Famiglia. Un posto di lavoro sedentario, pulito, onesto e riservato, quasi statale, lasciato libero da un tale che già dopo un paio di mesi si era messo in proprio facendo marciare una tedesca poco più avanti e non era cosa buona e giusta, tant’è che qualcuno lo aveva sputtanato alla polizia e trovatolo renitente alla leva, era stato spedito al Biribì, cioè nei Bataillons d’Afrique a mangiar della sabbia in qualche angolo delle colonie.
Era stato uno del clan di Lucidi a proporre il lavoro a Charles Flori, ed aveva accettato senza troppe esitazioni. Neanche ventenne, di famiglia borghese e benestante con babbo militare e madre fedele al regime, Charles non riusciva più a sopportar l’aria fascista che opprimeva l’Italia ed era giunto clandestino in Francia, mediante l’involontaria collaborazione del nonno che si era fatto rubare la preziosissima collezione di francobolli, prontamente rivenduta per un’inezia ma bastante a pagarsi le spese di viaggio. Amici con le sue stesse idee lo avevano aiutato a passare il confine indicandogli un tizio cui rivolgersi a Marsiglia, uno che poteva dare una mano, un buon compagno. Nella borsa portava con sè l’amatissimo I fiori del male di Charles Baudelaire, cui subito si ispira per l’alias. Arrivato in città si presenta da questo tipografo italiano fondatore del circolo Sacco e Vanzetti, che gli offre un lavoro: tradurre dei libri rivoluzionari dal francese da passare oltre confine. Ma già al secondo incarico, Charles molla tutto: altro che testi ideologici, l’anarchico della domenica campa con della pubblicistica porno scadente e un ribelle come me può vivere così?

Abbiamo trovato un ribelle di professione. Ed è mestiere particolare, perché parte da un presupposto indispensabile: gli altri assimilano, tu devi buttar via ma con giudizio.

Cosa butta via, Charles Fiori? Senz’altro la sua vecchia identità. All’inizio trova alloggio presso un’affittacamere avida che quando lo sa clandestino gli raddoppia la pigione. Un conoscente però gli aveva consigliato un posto di catalani per bene alla Miramar, al di là del Vieux Port, lui ci va. Un alberghetto delizioso, pulito e tranquillo dove può dedicarsi alla lettura dell’amato Baudelaire ma il fondo cassa scarseggia. C’è questa rivista scandalistica con un nugolo di cronisti che vanno a raccattare pettegolezzi dalle cameriere e se incappano in qualcosa di grosso tipo corna, corruzioni, delitti di vario tipo vanno dal vip di turno e lo ricattano. A questo punto scattano tre ipotesi: o costui paga per mettere le cose a tacere, oppure all’inizio rifiuta ma poi i rimorsi lo tormentano e dunque si compra tutte le copie ancor prima che passino al distributore oppure, in ultimo, il direttore griderà spaventato: merda, questa volta dobbiamo entrare in quelle maledette edicole!
La permanenza in redazione gli procura qualche soldo, oltre che un guaio grosso. Tutte le mattine, Charles passa davanti a una casa di calabresi dalle cui finestre spicca l’incantevole Sisette Parasole, procace sedicenne dalla pelle chiarissima e i capelli neri corvini; con lui però attacca bottone la nonna, ferma sulla sedia, che specie quando è un po’ brilla ricorda nel suo viso gentile e pulito quello del defunto coniuge. Una parola oggi una domani, Charles scopre che la giovane meritevole di una passatina ha dei fratelli gelosissimi e piuttosto pericolosi, dunque si mette l’anima in pace. Così non fa un suo collega molesto, fratello del direttore, che con la scusa di scrivere un estenuante poema sulla storia della Provenza, gli si pianta in cameretta con la macchina da scrivere e non si smuove più. Sfortuna vuole che abbia con lui una vaga somiglianza e ovviamente fu scambio di persona: un bel giorno, arrivano alla pensione i terribili fratelli chiedendo di Charles. Lo vogliono gonfiare perché dicono che sia lui a far uscire Sisette alla notte ma non è lei ad additarlo, c’è un testimone. Non posso essere io, ribatte Charles con fermezza, portatemi da questo qua e vediamo che dice. Quelli, rendendosi conto che la richiesta ha il suo perché, fanno un confronto diretto e difatti l’indiziato viene scagionato con formula piena. Poche scuse ma buone, risparmio di una scarica di legnate.

Due bei pugni assestati in faccia al poetastro insidia-fanciulle risolvono con onore e pulizia la cosa, e gli costano il licenziamento: sai, quando pesti il fratello del tuo direttore non può andare altrimenti. Ma la Famiglia viene a sapere e apprezza la discrezione, la signorilità nel districarsi e il servizio reso in conto terzi, dato che i fratelli avrebbero dovuto di loro iniziativa tracciare e gonfiare l’appiccicaversi in rima. Intendono dunque ricompensarlo con un lavoretto, facile e molto remunerativo, con il quale Charles può vivere bene e, nel caso s’impegnasse, entrare con grazia nel milieu cittadino che si presenta un po’ complicato da gestire ma ricco di possibilità per il futuro.

Tre clan gestiscono Marsiglia: i corsi, capitanati da Renè Patatrac Tozza, i catalani di Salvador Bonavella detto doigt-coupè per via del dito mozzo e i calabresi di Don Salvatore Lucidi. Dopo una lunga lotta sono riusciti a spartirsi la città in maniera equa e solidale, ognuno ha la sua zona di influenza e vige una certa calma perché c’è posto per tutti: per il traffico di droga e il contrabbando, le case da gioco e le mignotte, il racket delle estorsioni e la corruzione con le autorità compiacenti a partire dalla polizia. Con un po’ di buon senso, un vecchio prefetto aveva messo i capi bastone attorno ad un tavolo e li aveva fatti ragionare, ci era riuscito.

A Charles tornano utili le seguenti caratteristiche: un passato nella boxe, un presente da scapolo solitario, un’intelligenza acuta. Si fa apprezzare per il suo carattere mite e riflessivo, per l’affidabilità sul lavoro e ci ha pure quest’aria da intellettuale che gli conferisce un profilo serio e impegnato. Tiene le orecchie bene aperte, è capace di ascoltare e di parlar solo quando serve. In altre parole, è un dritto. Passa spesso nelle librerie cittadine, tenendosi aggiornatissimo sulle novità letterarie che divora con rapidità. Piace alle donne ma per tutto il libro trascura di raccontare le proprie storie d’alcova, concentrandosi su quelle degli altri. Solo nelle pagine finali, quando è in un letto d’ospedale perché si è beccato una pallottola, asserisce d’aver passato ore liete con un’infermiera molto desiderabile.

“Sul doppio petto marrone, a righine crema, indossavo un trench all’irlandese, strettissimo in vita, con la cintura sostenuta da anelli di metallo brunito e il collo di lapin di nocciola. Sulla camicia di seta cruda, la cravatta sangue di bue, crivellata di pallini zabaione, era fermata da una testa di Medusa in similoro. (...) Avevo ai piedi scarpe strepitose. Nere con la mascherina e i tacchi di un raro grigio elefante. E del medesimo grigio, quando mi tolsi il trench, era il fazzoletto che mi spuntava dal taschino della giacca.”

Mica male, eh? Quando Charles Fiori entra al Petit bar per la prima notte di lavoro tutti si girano, com’è ovvio in un bar non avvezzo a simili preziosismi e per non farsi mancare niente il nuovo bambù si è pure fatto dare una schiarita ai capelli. Si siede al suo tavolo, accompagnato e servito dal titolare del locale ed ex legionario che lo aspettava, apre un’edizione di gran lusso degli adoratissimi Fiori del Male alla pagina del Cigno: “Andromaque, je pense à vous...” Tre mesi che filano liscio, perfetti. Fiori si distingue per la qualità del servizio e il 15 gennaio 1933, poco prima di compiere diciannove anni, viene chiamato dalla Famiglia. Che nella persona del Vicecapo don Raffaele Spirito e secondo la procedura consolidata, lo conta come calabrese anche se calabrese non è e lo fa entrare a tutti gli effetti nella Famiglia, con tre mesi di anticipo. Perché Charles è troppo in gamba per sprecarlo appresso alle battone da marciapiede.

Si comincia con un cospicuo aumento di paga. Lo mettono a disposizione della Famiglia, ergo è in vacanza ma deve dare la reperibilità e una volta al giorno deve chiamare a tal numero per chiedere se hanno bisogno di lui. Dopo un mese di pacchia, c’è bisogno di una sostituzione: in una bisca regolarmente autorizzata a “intrattenere con giochi familiari, aste e lotterie a totale scopo benefico” e controllata dalla Famiglia, un père fouettard (leggi: gorilla) è in ospedale con l’ulcera e Don Raffaele Spirito vuole proprio Charles per quel compito. E’ un posto da gran signori, tranquillo e riservato in cui nessuno fa storie neanche se perde centomila franchi in una serata; mettiti lo smoking, gli dicono a telefono, è necessario.

Da gran signore qual è, Charles Fiori si presenta al lavoro con uno smoking recuperato a poco da un rigattiere di fiducia, la camicia già ce l’ha, manca solo una cravatta a farfalla di seta lucida, stretta come un sigaro secondo la moda dell’epoca, e supera il duro esame cui lo sottopone il biscazziere, don Cicciuzzo. Non sei niente male però togliti la pistola che è troppo grossa e si nota, la metteremo qui, nella coda del pianoforte. Semmai ve ne fosse bisogno, perché questo non è un saloon.

“Adesso l’arma che ti fu affidata è cosa tua! Finché t’è possibile tienila fredda. Ma se ti serve calda, falla scottare!” Queste erano state le ultime parole del vicecapo della Famiglia prima di congedarlo. E racconterò fra poco di come Charles Fiori l’avesse resa incandescente, una Browning da tredici colpi più quello in canna.

I primi dieci giorni nella bisca scorre tranquilla, con il nero Dik-Dik al pianoforte e il collega Pilù Mancino sempre triste, perché si è innamorato di una femme barrée. Trattasi di donna che non solo non si può corteggiare, ma neanche avvicinare e l’impedimento consiste nel suo compagno, un delinquente corso avvezzo all’uso della forza in tutte le maniere possibili. Orbene, il locale è sempre pieno della migliore società di Marsiglia suddivisa al pian terreno per la roulette, e al piano di sopra per i giochi di carte. Ma una sera avviene il delirio.

Si era in agosto. Passeggiando per Rue de Catalans, Charles si ferma a prosciugare qualche ostrica ma della dozzina, due non si ritraggono al contatto col succo di limone. Puntuale, il giorno dopo ha un mal di pancia tremendo e gli corre il dubbio di mettersi in malattia, ma alla fine decide di presentarsi a lavoro. Per tutta la serata va e torna dalla toilette mentre a mezzanotte si sparge una voce: sta per arrivare il barone von Klapstock, in compagnia di moglie e cognato. Imparentato coi Rotschild, è ricco da far schifo ed è il tipo di cliente per il quale qualsiasi bisca o casinò stende i proverbiali tappeti rossi. Arrivano a bordo di un Mercedes dodici cilindri, l’ingresso è trionfale e don Cicciuzzo lo accoglie nella più accorta delle maniere. Lei bellissima e affascinante, bionda dagli occhi verdi, lui tipo un sovrano nordico, il cognato col monocolo nell’orbita destra sembra nato apposta per la caccia alla volpe. Insomma, un trio niente male. Partono subito forte con le puntate e il resto dei giocatori, galvanizzati dalla loro presenza, si lanciano a dismisura. Charles intanto ha urgente bisogno di rifugiarsi al cesso, si fa sostituire da Pilù per qualche tempo e sparisce. Sta via venti minuti, forse più. Al ritorno si muove lentamente, afferra subito che c’è qualcosa che non quadra.

Difatti. Scosta le tende di velluto davanti alla ritirata, riesce a sbirciare la “baronessa” con una Wenley & Scott calibro 7,65 in mano. Attorno alla roulette, di sicuro uno dei due uomini sta ripulendo i giocatori dai loro averi mentre l’altro copre la scala, ma dal punto in cui Charles si trova la visuale è troppo scarsa. E Pilù, dov’è? Eccolo là, riverso per terra esanime. Minimo si è preso una botta in testa. E’ il momento di intervenire.

Si toglie la giacca, si sdraia, scivola sotto il sipario di velluto e comincia a strisciare sulla moquette in direzione del pianoforte. La baronessa e il cognato pensano di aver già sistemato l’uomo della sicurezza, sono tranquilli e spavaldi. Charles tenta di ricordare con esattezza in quale punto della coda si trova la pistola, sa che non può sbagliare la presa. Come va il raccolto?, chiede la bionda. Benissimo, risponde allegro il “barone”. Charles salta su in un attimo, acchiappa la grossa Browning e la punta contro il cognato, che si accascia, contro la “baronessa” che fa appena in tempo a voltarsi quando ha già una macchia rossa sul petto, ma riesce a far esplodere un colpo. Che passa a poca distanza dalla testa di Charles, conficcandosi nel pianoforte. Visto il disastro, il “barone” abbandona la refurtiva e tenta di scappare ma viene fermato da due valletti e sottratto da don Cicciuzzo alla ressa dei clienti del locale che vorrebbe distruggerlo di botte. Gli avventori recuperano i propri averi e si avviano verso casa mentre arriva subito un’auto. Porta via i due cadaveri, che vengono seppelliti in una vecchia salina in disuso. Anche il barone viene seppellito. Vivo.

Nonostante fossero delle vecchie volpi delle rapine, il “barone” e i suoi compagni non avevano fatto bene i propri conti, a causa di due ingenuità enormi. Charles Fiori invece diventa il mito di don Cicciuzzo, che fa stappare subito due rare bottiglie di Epernay e lo accompagna a casa, lasciandogli con discrezione nel taschino un pensiero favoloso. La Famiglia ha scelto bene, Charles prosegue nella sua carriera criminale e nelle sue raffinatissime letture ma alla fine del libro, quando si trova bloccato in un letto d’ospedale per le complicazioni di una pallottola che si è beccato in servizio, decide che è arrivato il momento. Nientemeno che il caìd, il capo dei capi don Salvatore Lucidi, va a trovarlo in camera, si siede ai piedi del letto. Gli parla in modo affabile e intimo. Ci siamo informati sulla vostra famiglia perché stavolta avevamo paura che non ce la faceste, eravamo pronti ad aiutarli. Ma loro, abbiamo saputo, non avrebbero avuto bisogno di alcun aiuto. Abbiamo saputo come vi chiamate e da dove venite, dei vostri guai con la politica: ma come, per non ficcarvi nei casini coi fascisti siete venuto nel milieu di Marsiglia? Cosa curiosa, converrete con me.

“Noi vi vogliamo bene. E vi stimiamo. Perché quando è venuto il momento di fare la parte vostra, non vi siete tirato indietro! Non dimenticate però che un conto è nascere negro, un altro conto tingersi di negro per stare coi negri!”

Pensaci, gli voleva dire, sei libero di uscirne così come sei entrato perché sei diverso dagli altri e lo puoi fare perché hai dimostrato di essere un grande uomo. Passano i giorni e ancora zoppicante Charles Fiori si presenta a Fort St. Nicolas, il quartier generale della Legione Straniera che si vedeva nitido dalla finestra della cameretta alla Miramar, con una copia nuova di pacca dei sempiterni Fiori del Male.

Qui vive?

Honneur et discipline!, risponde Charles.

Passez.

Gian Carlo Fusco ha scritto in tutta la sua vita quest’unico romanzo, gli è venuto talmente bene che gli muovo il rimprovero di non aver proseguito. Fossi un insegnante, Duri a Marsiglia lo sceglierei come libro di testo.

Duri a Marsiglia, Einaudi, 2005, 10 euro tondi tondi




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30 maggio 2006

L'era dei quotidiani tipo il Corriere è finita da un pezzo

Come vorrei l'informazione?

Ammiro molto i secondi quotidiani, tipo Riformista Foglio Indipendente eccetera, perché danno un senso all'acquisto di un giornale. Con un euro pago solo analisi, commenti e cazzeggio perché di tutto il resto non ho bisogno.

Non necessito di dieci pagine di politica interna, che non legge quasi nessuno e viene scritta ad uso e consumo dei partiti. Non necessito di una cosiddetta pagina culturale, ridotta a luogo di approdo per soffiette redatte con abilità dagli uffici stampa o di vecchi baroni che si trastullano scrivendo d'opera e di filologia. Non necessito di altre dieci pagine di economia, con l'uso di certi giornali di far pagare alle aziende
delle marchette squallide (coraggio, ditemi che non è vero che si fa così!) per articoli elogiativi.

La copertura dei grandi eventi è in mano alla tv, alle radio, al web. Il giornale esce già vecchio, ecco perché negli autobus tutti leggono i giornali gratuiti (che valgono ciò che costano). Non hanno più senso, non siam mica in Inghilterra.

Ma cosa può resistere?

Ciò che non passa in tv. I giornali sono costretti a vivere degli spazi residui degli altri media: analisi e commenti, come si diceva, cronaca locale (le tv locali non le vede nessuno, ma i giornali locali li leggono tutti), un po' di sport e soprattutto quello che succede in città: mostre, film, spettacoli e attività cittadine e di paese. Salviamo pure le lettere al direttore, và.

Residuale dalle tv è anche l'informazione molto ideologizzata, ed è così che si spiega il successo di Libero o il Manifesto: chi li legge pensa di aver davanti a torto o a ragione un barlume di libertà, di verità che gli altri non passano.

Ho ventotto anni e mi rendo conto che i miei coetanei non leggono la carta stampata. Fanno bene.

Mi proverò con un esempio. Quando scoppiò il caso Parmalat, la Gazzetta di Parma tentò di tacere il disastro fino a quando non fu davvero troppo tardi. Cinque giorni prima dell'esplosione del caso, cominciarono i primi timidi pezzi. Con che dignità, signori miei, può uscire un giornale del genere?

Con quale dignità possono sopravvivere dei quotidiani che pubblicano frammenti di intercettazioni telefoniche al vaglio della magistratura nel corso dei processi? Con quale dignità può un giornale fare un titolo a sette colonne, come quello che ho visto da poco, del tipo: tizio verrà iscritto nel registro degli indagati?

Sapete cosa vi dico? Chiudete baracca. I giornali hanno disatteso quanto diceva il mai abbastanza lodato Indro Montanelli: il mio padrone è il lettore. I giornali italiani invece di padroni cui star dietro ne hanno talmente tanti che l'ultimo str... è quello che spende un euro per leggerli.

Caro Corriere, ti auguro un funerale delizioso (anche a Repubblica, idem) e ti invito a fare la cosa migliore possibile: mettere online, e gratis, tutto il tuo archivio dalla fondazione a oggi. Sei stato una risorsa enorme per la vita civile e politica di un Paese, ormai ti son rimaste le briciole. Ti compatisco, ti leggo sempre con interesse e fossi l'editore, ti chiuderei subito.

Un caro abbraccio a tutti e buon dibattito, francesco

(lancio nel forum "Leggere un quotidiano, leggere la realtà: come vorresti l’informazione, come vorresti i giornali", www.corriere.it)




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18 maggio 2006

Aiutino al quesito con la susi

Ragazzi miei, nessuno ha indovinato qual è l'oggetto misterioso che viene spostato dai vicini della mia amica. Non si tratta di strumenti musicali, né di un passeggino, nè di un carrello. Ricordiamo gli indizi della scorsa volta:

I suddetti vicini non litigano né urlano, conducono in apparenza una vita regolare e tranquilla;
Non si tratta di mobili, né di cadaveri;
E’ da escludersi la presenza di ectoplasmi che trascinano catene per impaurire la gente, tipo il Fantasma di Canterville di Oscar Wilde.

Aggiungiamo che:

si tratta di un oggetto quasi completamente metallico;
non è un mobile né un complemento di arredamento;
ce l'hanno diverse persone in casa ma non tutti, assolutamente, e a dire il vero di solito non ha un posto specifico in cui essere piazzato (forse il bagno, va')

in bocca al lupo, cister




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27 aprile 2006

Una cantante mauri eccelsa, pensa te

Ho scoperto una cantante fantastica, il primo caso di Mauri-blues mai sentito. Il link è l'ultimo qui di fianco, si può ascoltare dal sito web della BBC la sua esibizione al festival WOMAD del 2004.




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1 aprile 2006

Quesito con la Susi

Un’amica si lamenta perché nell’appartamento sopra il suo fan del casino. Qualcuno trascina un pesante oggetto da una parte all’altra in diverse ore del giorno e della sera, addirittura della notte, per far non si sa cosa. Che cosa può essere? Sappiate che:

I suddetti vicini non litigano né urlano, conducono in apparenza una vita regolare e tranquilla;
Non si tratta di mobili, né di cadaveri;
E’ da escludersi la presenza di ectoplasmi che trascinano catene per impaurire la gente, tipo il Fantasma di Canterville di Oscar Wilde.

Che cosa spostano? Provate a indovinare. Il blog mette in palio un aperitivo alla Taverna de’ Marchi, in Piazza San Francesco, sabato prossimo alle 19.




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23 marzo 2006

E tu che 'vvoi, semi o lupini?

La Commissione Europea ha stilato una lista di 93 compagnie aeree che non rispettano i parametri di sicurezza previsti. Il cronista del Corriere della Sera Massimo Alberizzi descrive l'esperienza di volo con la Weasua e ti dico che ci manca solo la hostess di un vecchio film con Paolo Villaggio, quella che apostrofava i passeggeri con un solido turpiloquio e al momento del pranzo urlava: "E tu che 'vvoi, semi o lupini?"

tratto da www.corriere.it di oggi:

A BORDO DI UN AEREO WEASUA – Che cosa voglia dire Weasua nessuno lo sa, ma tutti, in Africa occidentale, sanno che è la compagnia liberiana che vola tra Freetown (capitale della Sierra Leone), Monrovia (capitale della Liberia) e Abidjan (capitale della Costa D’Avorio). E sanno anche che è black listed, cioè sulla lista nera delle società aeree. D’altro canto se hai fretta di andare a Monrovia non puoi che servirti della Weasua Air Transport.

IL VOLO - Per volare su uno dei suoi tre suoi aerei Antonov, ad Abidjan devi andare in aeroporto dove Ernst, l’impiegato factotum, cerca di confonderti per estorcerti il denaro prima che possa accorgerti su quale carretta stai per volare ed eventualmente cambiare idea. Premuroso e gentile, Ernst, elegante come un figurino, completo scuro e cravatta rosso fuoco, dopo averti fatto accomodare al bar dello scalo, scompare con il tuo passaporto e il tuo denaro. Non ti permette neanche di fiatare. «Torno subito, aspettami qua. Vado a prendere il tuo biglietto», intima con un sorriso che sembra fatto apposta per dare fiducia a chi sta per giocare alla roulette russa. Ordina poi ai camerieri con gran cipiglio: «Servite subito una bibita ai signori». Naturalmente la bibita poi ti sarà addebitata. Dopo dieci minuti lui non arriva e a te viene il sospetto che ti abbia fregato, ma non puoi abbandonare i bagagli e andarlo a cercare. In più non hai neppure il tuo passaporto. Dalla posizione dei tavolini dove sei seduto, ispezioni con gli occhi tutto il salone dell’aeroporto. Niente. Di Ernst non c’è traccia. Quando decidi di avvicinarti a un poliziotto in giro di ispezione, lui si materializza, passaporto in mano. «Buon viaggio scandisce in inglese, in francese e in un italiano stentato. Prima che tu ti accorga che il prezzo del biglietto espresso in Franchi dell’Africa francofona è diverso – più basso naturalmente – di quello che hai pagato in dollari la cui cifra compare sulla ricevuta è troppo tardi. Ernst è di nuovo scomparso.

LA PARTENZA - Si doveva partire alle 14,30, ma l’aereo rulla sulla pista tre ore dopo. L’equipaggio russo aveva bisogno di fare un pisolino. «Troppa vodka la sera prima» , azzarda un passeggero nella enorme sala d’attesa dove, gli unici stravaccati sulle poltroncine sono i passeggeri Weasua. La compagnia, naturalmente, non è Iata. Non fa parte cioè della confederazione delle società aeree che si sono impegnate a seguire certe regole e a scambiare i dati sui loro orari. La sigla stilizzata Wat è disegnata in tre tonalità di azzurro diverso sulla coda dell’aereo e sul biglietto. Null’altro ti fa capire su che volo stai volando. La scaletta per salire a bordo è stretta e traballante. Ti dà l’impressione di crollare. Meglio evitare di salirci in due contemporaneamente. Così lasci che il passeggero davanti a te entri nella pancia dell’aereo prima di affrontare i gradini. Ma lui è un po’ grasso e il terzo scalino si spezza in due. Lo steward in ciabatte turkmene, riconoscibili dal ricciolo sulla punta non fa una piega. Tutto è normale. Quando sali a bordo dell’aereo, rimasto al sole cocente alcune ore, vieni assalito da una calura infernale e cominci a fare la sauna. I posti non sono assegnati e sono stretti e angusti. La fodera delle poltrone, una sorta di pied-de-poule grigiastro, sono lacere e macchiate. Finalmente, grondante come una fontana, raggiungi una poltrona che ti pare meno peggio delle altre. Ti pare; perché quando un signore sprofonda in quella davanti a te, il suo schienale si abbassa fino ad inchiodarti le ginocchia. Inutile parlare del segnale luminoso “Allacciare le cinture”. Non c’è. In alcuni posti non si sono neppure le cinture. La mia mi resta in mano quando cerco di agganciarla. Ci sono invece gli adesivi “Vietato fumare”. Le altre scritte sono incomprensibili, in russo, come i piloti. Le cappelliere sono aperte, senza sportello e la gente le riempie di computer e altri oggetti pesanti senza curarsi che in caso di atterraggio o decollo violento tutto potrebbe piombare sulle teste dei passeggeri. Le prime file di posti (tre all’andata verso Monrovia, due al ritorno verso Abidjan) sono occupate da un enorme montagna di bagagli. La stiva infatti è inagibile per buona parte piena di barili di benzina. In caso di incidente (anche banale) il disastro è assicurato.

IL VIAGGIO - Alla partenza, mentre un tubo piazzato sotto il sedile comincia a tagliare il sedere, l’aria condizionata comincia a funzionare, Ma non ci sono bocchette e il fresco esce dalle fessure tra le lastre di formica che ricoprono le pareti e si materializza, a causa dell’umidità che condensa, in nuvolette spesse e grigie. Naturalente non c’è il tavolino né il foglio di istruzioni su come comportarsi in caso d’incidente. Manca anche la busta per il vomito, cosa che preoccupa un po’ giacchè l’aereo quando è in quota comincia a ballare: “Sembra quasi che sbatta le ali”, borbotta un passeggero allarmato. Ma a bordo non ci sono solo passeggeri. Un salto in bagno permette di imbattersi in una colonia di scarafaggi. Devono aver trovato rifugio sull’aereo da diverso tempo, giacché non sembrano per nulla spaventati dall’entrata dell’intruso nella toilette. Il rumore di ferraglia assomiglia a quello che si sentiva sui vecchi treni e l’acqua dello scarico, che dovrebbe essere blu, è invece inquietantemente marrone. Viene subito da pensare a un riciclo. La botta all’atterraggio è piuttosto forte e di solito accompagnata da una crassa risata da parte dei piloti. La compagnia appartiene a Manuel Cuenca, il console onorario di Spagna in Liberia. Cuenca è un miliardario, simpatico e disponibile e si occupa personalmente della sua gallina dalle uova d’oro. Lui è sempre in attesa sotto la pancia dei suoi aerei e assiste a imbarchi e sbarchi. Una volta è stato imbattibile. Per permettermi di prendere il suo aereo, che sarebbe dovuto partire due ore prima del mio arrivo ad Abidjan, è bastata una telefonata. Il Weasua è stato ritardato a bella posta. I passeggeri erano furibondi, ma, grazie al console, ho raggiunto Monrovia in tempo.




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9 marzo 2006

Pure il mestiere del mercenario ha i suoi inconvenienti

Il sito web di Radio France International dedica un articolo a Bob Denard, per il quale la pubblica accusa ha chiesto cinque anni di reclusione ed una temporanea sospensione dei diritti civili. Ecco di chi si tratta:

"Il nome di Bob Denard è legato a uno degli ultimi episodi di intervento mercenario “vecchio stile”. Nel dicembre 2002 alcune inchieste svolte presso i tribunali di Verona e di Torre Annunziata portarono a smascherare e bloccare sul nascere un tentativo di colpo di Stato per rovesciare il presidente delle Comore, Azali Assoumani. Bob Denard venne accusato di aver reclutato, organizzato ed armato una forza mercenaria (tra l’altro formata da ex personale militare e dei Servizi di Italia e Francia), in violazione della legge 205 del 1995, che vieta l’attività mercenaria. Inoltre, il vecchio mercenario francese è stato accusato di traffico internazionale di armi e di altri reati ad esso connessi." (tratto da Warnews.it)

Ed ecco l'articolo di Souef Elbadawi tratto da www.rfi.fr:

La prison pour Denard ?

Cinq bonnes années avec interdiction de droits civiques. Cinq années fermes qui sont censées tenir compte de la récidive. Car Bob Denard était déjà condamné à cinq ans de prison, lorsqu’il partait commettre son dernier putsch à Moroni en 1995. Olivier Bray, procureur de la République, s’est voulu clair dans ses réquisitions mercredi soir. Il a ainsi cherché à établir un distingo entre les prévenus. Vingt-six au total. Selon lui, il y aurait eu dans le lot des « sans-grade », des « bleus », des « chairs à canon », qu’il accepte volontiers de ménager. Il requiert un an avec sursis contre eux. Il y aurait ensuite eu les « bons combattants », les « bons ouvriers », bien conscients des enjeux de ce fameux coup. Gens de métier, ils savaient forcément où ils mettaient les pieds, en embarquant avec Denard. Il demande jusqu’à quatre années avec sursis contre eux, à l’exception d’un seul, qui a déjà été condamné pour trafic d’armes. Reste les autres : les anciens de la garde prétorienne du défunt président Abdallah, amis de longue date du vieux renard, nostalgiques du temps où il était vice-roi dans la mer « indianocéane» . Le procureur pense qu’ils méritent également une peine de quatre ans ferme, avec limitation de droits civiques. Guerrier, l’officier en fuite pour un meurtre lié à une affaire proche, pourrait quant à lui écoper de cinq années fermes.

Les parties civiles, elles, demandent à ce que l’ambiguïté, consistant à accuser la France d’avoir commandité le coup de 1995, soit levée. « L’implication de la France, elle n'est pas clairement démontrée dans le dossier. Les éléments en notre possession plaident en faveur de la thèse d'une opération financée par Denard et par des fonds privés, pour satisfaire à ses intérêts personnels et pour la création d'une zone offshore aux Comores », confie Me Afif Mshangama, avocat de la famille Djohar. A l’entendre, certains des prévenus ont cherché à se déresponsabiliser, en accusant la « nébuleuse » des services secrets français, histoire d’échapper à la condamnation. Rejoignant cette thèse, le procureur s’est évertué à remonter la filière Denard pour bien démontrer les tenants et les aboutissants de cette sombre affaire. Aucun commandement d’autorité légitime, que ce soit au niveau de l’Etat français ou des services secrets, n’existerait derrière cette opération appelée « Kashkazi ». Il semble que Denard pour sa part n’ait jamais évoqué cette possibilité au cours des différentes auditions. Il aurait déclaré à l’un de ses hommes qu’ils n’étaient pas couverts sur cette opération, malgré ceux qui sous-entendraient le contraire. Plus haut, « on » lui aurait même signifié que c’était une mauvaise idée, ce putsch dans les îles.

Corsaire de la République ou corsaire tout court ?

Plusieurs raisons ont pu le pousser à monter cette opération, avance le procureur. Une raison sentimentale pour commencer. Le mercenaire aimerait bien revenir à Moroni la tête bien haute, accompagné de ses enfants comoriens, afin de mettre fin à son image de criminel sous les tropiques insulaires. Des intérêts d’ordre pécuniaire le motivent également. En quittant précipitamment l’archipel après le meurtre d’un président de la République en 1989, il a été obligé de faire une croix sur ses biens immobiliers. A priori, il ne refuserait pas de pouvoir les récupérer aujourd’hui. Une dette d’honneur le travaillait par ailleurs. Une sorte d’engagement moral envers de vieux amis. Les jumeaux du défunt Abdallah, dont il s’est longtemps occupé, étaient écroués avec l’un de ses anciens officiers de la garde présidentielle. En 1992, ils avaient tenté un mauvais coup contre le président Djohar. En échange du retrait de la plainte déposée contre lui par la famille Abdallah pour l’assassinat du père, il acceptait de faire le coup de force pour libérer tout ce beau monde de prison. Une autre raison avancée par le ministère public : le projet d’établir une zone offshore facilitant notamment le blanchiment d’argent aux Comores. Autant de raisons qui font dire au procureur que Denard, plutôt que de jouer au rôle du corsaire de la République, n’a fait que jouer au corsaire tout court dans cette affaire, au nom de ses seuls intérêts.

La semaine prochaine, les avocats des prévenus vont plaider à leur tour. Coté comorien, l’Etat demande à la cour de lui accorder un euro symbolique de dédommagement pour le « crime » commis. Pendant que le lieutenant-colonel Soilih, actuel chef d’état-major de l’armée comorienne, victime des échanges de tir lors d’une attaque contre Radio Comores en 1995, exige, lui, 50 000 euros de dommages et intérêts.




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